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Olio di palma: perché è una questione più controversa di quel che sembra

Olio di palma: usarlo si o no? E’ nocivo per la salute? E per le foreste pluviali? E’ vero che si trova in moltissimi prodotti cosmetici? E’ utile boicottarlo? Esistono alternative sostenibili? Vediamo insieme come dare risposte consapevoli a tutte queste legittime domande.

Olio di palma: cos’è e perché si usa

L’olio di palma è un olio vegetale che si ottiene dalla spremitura dei frutti della palma che si chiamano drupa, simili ai datteri per forma e colore. Dalla polpa di questi frutti viene ricavato l’olio di palma, dalla spremitura dei semi invece, viene estratto l’olio di palmisto.

L’olio di palma ha tantissimi impieghi nell’industria alimentare e cosmetica per una motivo presto detto: è economico e ha altissime performance. Risulta inodore e mantiene a lungo le sue proprietà.

Chiunque si cimenti nella creazione di un dolce da forno, una torta ad esempio, sa che oltre allo zucchero è necessario aggiungere una certa quantità di sostanze grasse: olio o burro. I grassi che regalano miglior struttura e resistenza alla nostra torta, saranno i grassi saturi. L’olio di palma è composto quasi essenzialmente da grassi saturi: palmitico, stearico e laurico. Aggiungiamoci anche il suo basso costo e capiamo subito perché questo ingrediente è il preferito dell’industria alimentare.

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L’olio di palma in cosmesi

Anche quando ci cimentiamo nell’autoproduzione di cosmetici ben sappiamo che abbiamo bisogno di sostanze lipidiche per creare le nostre ricette. Nella cosmesi gli ingredienti lipidici possono avere 3 tipi di provenienza:

  • Origine chimica e petrolchimica:
    la cosmetica tradizionale ne è piena. Siliconi, petrolati, paraffina: sono perfetti per creare ricette cosmetiche, hanno un basso costo e ottime performance. Ma che impatto hanno sull’ambiente? Altissimo, come tutte le sostanza di origine petrolchimica sono inquinanti e non biodegradabili. E che impatto hanno sulla salute? Qui le opinioni si dividono: in tantissimi sostengono che l’uso di cosmetici che contengono ingredienti derivati dal petrolio siano sicuri per la salute. Noi vogliamo solo ricordare che la pelle è un organo, il più esteso del nostro organismo, e tutto ciò di cui la nutriamo viene in qualche modo assorbito nel nostro organismo. Noi preferiamo utilizzare materie prime di diversa origine, più naturali e con un minor impatto ambientale.
  • Origine animale:
    cera d’api, latte d’asina, lanolina. Le sostanze lipidiche di origine animale che vengono utilizzati in cosmetica sono tantissimi. In ogni caso noi abbiamo da tempo scelto di creare cosmetici totalmente vegan, cercando in questo modo di impattare il meno possibile sull’ambiente e lo sfruttamento dei suoi esseri viventi.
  • Origine vegetale:
    olio di oliva, olio di cocco, olio di girasole, olio di palma. Gli oli che vengono utilizzati nei cosmetici biologici e vegani possono essere di diversa origine. La coltivazione di ciascuna di queste varietà ha il suo impatto sulla natura a livello globale. Noi come azienda abbiamo sempre sostenuto una filiera corta e controllata scegliendo ad esempio per i nostri saponi l’olio extravergine di oliva. Non abbiamo mai formulato prodotti che avessero come base l’olio di palma.

In cosmetica però, l’utilizzo della palma non si limita all’impiego di oli e burri. L’olio di palma è infatti presente in quanto precursore di moltissime materie prime impiegate nella cosmetica biologica, in primis emulsionanti (gli ingredienti necessari per ottenere creme) e tensioattivi (necessari per la detergenza). Gli ingredienti derivati da olio di palma spesso sono difficili da riconoscere da parte dei consumatori poiché non facilmente individuabili nella lista INCI. Questi ingredienti sono altresì complicati da evitare per il formulatore cosmetico: non sempre è possibile individuare delle alternative di diversa origine per forme cosmetiche complesse, come le emulsioni, ad esempio.

La campagna di boicottaggio dell’olio di palma

A partire dal 2015 in Italia è partita una fortissima campagna di boicottaggio dell’olio di palma. L’ingrediente era finito sul banco degli imputati per due motivi principali: il primo era che, quando ingerito, era dannoso per la salute, così ricco di grassi saturi pericolosi per arterie e cuore. C’era anche chi sosteneva fosse cancerogeno, anche se poi nel 2016 è arrivato un rassicurante studio dall’ESFA, l’European Food Safety Authority che sosteneva in breve che è difficile che concentrazioni davvero pericolose per la salute siano raggiunte con la normale alimentazione.

Il secondo motivo che fece finire l’olio di palma sul banco degli imputati era che, per coltivarlo, i produttori disboscavano in modo selvaggio intere foreste nel sud est asiatico. Per dare il polso della situazione, ecco alcuni dati ufficiali: secondo il governo indonesiano, tra il 1990 e il 2015 sono stati rasi al suolo 24 milioni di ettari di foresta pluviale, per far spazio alle coltivazioni di palma. Il rapporto di Greenpeace “Final countdown” (settembre 2018), rivela che dalla fine del 2015 altri 130.000 ettari di foresta sono stati distrutti, il 40% dei quali in Papua, una delle regioni più ricche di biodiversità del Pianeta. (Fonte Greenpeace.org)

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A dimostrazione di quanto il dibattito fosse intenso nel 2015, basti ricordare che in quel periodo sono state effettuate diverse proposte di legge che chiedevano l’eliminazione dei prodotti contenenti olio di palma sia dalle mense che dai distributori automatici presenti nelle aziende pubbliche, oltre che scuole ed ospedali. In Senato si è discusso anche se optare per un divieto completo di utilizzo di tale ingrediente in ambito alimentare e cosmetico e anche della possibilità di aumentare la tassazione su tale ingrediente.

Come è ovvio che sia poi, tra il 2015 e il 2016, l’olio di palma è stato oggetto di numerosi dibattiti all’interno di tutto il panorama mediatico italiano: in alcuni casi veniva difeso, ma i detrattori erano la maggioranza. Si è creato un vero e proprio movimento contro l’olio di palma che ha portato tantissimi consumatori a scegliere il boicottaggio di tutti gli alimenti che contenevano questo ingrediente. Ciò ha portato tantissime aziende a rivedere le proprie ricette e a scrivere a caratteri sempre più chiari sulle confezioni dei propri prodotti “senza olio di palma”.

Esistono alternative sostenibili all’olio di palma?

Il problema del consumo del terreno (land grabbing) derivato da deforestazione selvaggia per far spazio a piantagioni di palme da olio non è concluso ed è tuttora molto grave.

I maggiori produttori di olio di palma oggi sono l'Indonesia e Malesia: in questi paesi le conseguenze della deforestazione si misurano in termini di biodiversità, connessi alla distruzione dell’habitat di numerose specie, tra cui l’orango, ma anche di ripercussioni come l’impennata di gas serra nell’atmosfera e lo stravolgimento dell’assetto idrogeologico del territorio.

Per farsi un’idea più precisa, secondo il WWF sono 193 le specie in grave pericolo di estinzione, minacciate e vulnerabili a causa della produzione indiscriminata di olio di palma. In soli 16 anni (1999 – 2015) abbiamo perso la metà degli oranghi del Borneo e più di tre quarti del parco nazionale di Tesso Nilo, che ospita tigri, oranghi ed elefanti, è stato trasformato in piantagioni illegali di palma da olio. (Fonte: wwf.panda.org)

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Inoltre la deforestazione ha un impatto altissimo anche sulle popolazioni locali che vengono private delle loro terre. I piccoli agricoltori subiscono spesso pressioni e minacce per vendere o affittare i loro appezzamenti di terreno al governo o a grandi multinazionali, trovandosi da un giorno all’altro senza casa né mezzi di sussistenza. La vendita e l’acquisto dei terreni avvengono generalmente in condizioni di scarsa trasparenza, sfruttando la debolezza delle istituzioni politiche locali o attraverso la corruzione. Molto spesso, inoltre, le condizioni di chi lavora nelle piantagioni di palma da olio sono drammatiche, come documentato anche nel rapporto di Amnesty International “The great palm oil scandal” (2016).



C’è però da chiedersi: cosa succederebbe se al posto delle palme, ci trovassimo a dover ottenere lo stesso volume d’olio da altre piante?



Una delle caratteristiche principali della palma da olio è che essa fruttifica durante tutto l’anno e fornisce dagli 8 ai 15 caschi di frutta ogni dodici mesi. Ciascun mazzo può pesare dai 15 ai 25 chilogrammi e contenere più di 1000 drupe, i frutti simili ai datteri, fino ad arrivare a contarne anche 1300: in breve, tra tutte le piante da olio, la palma è la coltura più efficiente in termini di resa per unità di superficie coltivata.

Basti pensare che da un ettaro di palme da olio si ottengono quasi cinque volte l’olio che produce un ettaro coltivato a piante di arachidi, e ben sette volte quello di un ettaro di girasoli. Senza contare tutte le conseguenze che l’estensione delle colture comporterebbe sui consumi d’acqua, di fertilizzanti, di pesticidi.

Quello che ci chiediamo quindi oggi è: esistono a livello globale alternative davvero sostenibili all’olio di palma?

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La posizione di Greenpeace contro il boicottaggio

Secondo Greenpeace no, non esistono al momento alternative davvero sostenibili. Ecco perché Greenpeace non sostiene il boicottaggio di prodotti contenenti l’olio di palma.

Secondo la nota associazione ambientalista “il rischio che l’olio di palma venga sostituito dallo sfruttamento intensivo di altre colture oleaginose è alto e gli impatti ambientali potrebbero essere addirittura peggiori. È invece indispensabile che i produttori di olio di palma e le multinazionali che lo vendono ed utilizzano, si assumano le proprie responsabilità e agiscano concretamente entro il 2020 per eliminare dal mercato l’olio di palma che distrugge le foreste e viola i diritti umani”.

Quello che propongono è quindi un olio di palma sostenibile, fatto nel pieno rispetto dei tempi e degli spazi della natura e anche delle condizioni di vita dei lavoratori.

Per fare ciò le aziende responsabili devono approvvigionarsi di olio di palma certificato.

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Le certificazioni dell’olio di palma

Il più noto ente certificatore dell’olio di palma, nato nel 2004, è la Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile (Roundtable on Sustainable Palm Oil, RSPO). E’ un ente che garantisce gli standard di tantissimi produttori. A volte però si è dimostrato non del tutto affidabile. Secondo Greenpeace “all’interno della RSPO ci sono anche aziende che non sono in grado di garantire che nella propria filiera produttiva non si verifichino fenomeni come la deforestazione o pratiche come l’incendio delle torbiere.”

Con l’obiettivo di rafforzare e rendere più ambiziosi gli standard della RSPO è nato il Palm Oil Innovations Group (POIG), uno strumento capace di misurare responsabilità ambientale, partnership con comunità locali e integrità aziendale e di prodotto (cioè trasparenza, tracciabilità e sostenibilità nella catena di approvvigionamento e divulgazione delle prestazioni ambientali e sociali).

Il POIG non è quindi un sistema di certificazione, ma fa sì che l’impegno contro la deforestazione preso da un’azienda venga formalizzato da un accordo e possa essere verificato da enti terzi.

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Come opera La Saponaria nei confronti dell’olio di palma

Non abbiamo mai usato olio di palma come base per le nostre ricette e non lo useremo mai perché la nostra scelta è quella di utilizzare una filiera corta, etica e sostenibile, cosa che percorriamo ogni volta che ci è possibile.

Nelle nostre scelte formulative cerchiamo, per quanto possibile, di ridurre al minimo anche l’utilizzo di ingredienti derivati dalla palma o che ne contenessero anche piccole tracce.
Per questa ragione, oltre ad una valutazione di tipo sensoriale e di efficacia del prodotto, abbiamo scelto ingredienti come la nostra glicerina (che deriva dall’olio di oliva, mentre spesso questo ingrediente ha origine nella palma) o come il Polyglyceryl-3 Rice Branate (un emulsionante ricavato dal riso) piuttosto che i più diffusamente usati derivati da palma.

Quando non ci è stato possibile, a livello tecnico, evitare l’utilizzo di derivati di palma abbiamo chiesto e stiamo continuando a sollecitare i nostri fornitori ad offrire garanzie etiche ed ambientali nell’utilizzo della palma da olio.

La filiera della coltivazione della palma utilizzata per i derivati che utilizziamo è certificata RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil). Sappiamo non essere la soluzione perfetta: è sicuramente un buon punto di partenza, ma riteniamo che si possa fare di più per affrontare questa delicata questione.

La risposta, come abbiamo visto non è, escludere in toto l’utilizzo della palma e dei suoi derivati dal mondo cosmetico, ma è piuttosto far sì che questa filiera sia sostenibile e responsabile, mettendo in maniera chiara e inderogabile la parola STOP ai processi di deforestazione e sfruttamento incontrollato delle risorse del nostro pianeta.

Questo lo si può fare spingendo e incoraggiando i produttori a migliorare gli standard e andare verso l’adozione del Poig. E’ quello che nel nostro piccolo stiamo facendo e continueremo a fare. Se siamo in tante aziende cosmetiche a fare queste richieste ed, insieme a noi, i consumatori consapevoli a sostenerle, le cose non possono che cambiare in meglio.

Come sempre vogliamo batterci al fianco del pianeta e vogliamo fare del nostro meglio per lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato.

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Fonti:

Il caso dell'olio di palma - Tesi di laurea magistrale Cà Foscari
La vera storia dell’olio di palma - Greenpeace.org
Spezzare la catena tra deforestazione selvaggia e olio di palma - Greenpeace.org
The Great Palm Oil Scandal (2016) - Amnesty International
Eyes on the forest - wwf.panda.org

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